DETTI MEMORABILI DI FILIPPO OTTONIERI – PRIMA PARTE

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25 aprile 2015 di vincenzosardiello

Luigi Lerna - Muto come un pesce - 80x30 - 2012

Luigi Lerna – Muto come un pesce – 80×30 – 2012

Nuovo appuntamento con le Operette Morali di Giacomo Leopardi. Oggetto della nostra analisi è “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”. Il testo, suddiviso in capitoli, narra la vita e l’opera del filosofo coevo di Leopardi Filippo Ottonieri.

Di ferrea moralità, questo filosofo non fu particolarmente amato dai suoi contemporanei perchè lontano dai piaceri comunemente considerati.

E misurando la singolarità di Gian Giacomo Rousseau, che parve singolarissimo ai nostri avi, con quella di Democrito e dei primi filosofi cinici, soggiungeva, che oggi chiunque vivesse tanto diversamente da noi quanto vissero quei filosofi dai Greci del loro tempo, non sarebbe avuto per uomo singolare, ma nella opinione pubblica, sarebbe escluso, per dir così, dalla specie umana. E giudicava che dalla misura assoluta della singolarità possibile a trovarsi nelle persone di un luogo o di un tempo qualsivoglia, si possa conoscere la misura della civiltà degli uomini del medesimo luogo o tempo.
Nella vita, quantunque temperatissimo, si professava epicureo, forse per ischerzo più che da senno. Ma condannava Epicuro; dicendo che ai tempi e nella nazione di colui, molto maggior diletto si poteva trarre dagli studi della virtù e della gloria, che dall’ozio, dalla negligenza, e dall’uso delle voluttà del corpo; nelle quali cose quegli riponeva il sommo bene degli uomini. Ed affermava che la dottrina epicurea, proporzionatissima all’età moderna, fu del tutto aliena dall’antica.
Nella filosofia, godeva di chiamarsi socratico; e spesso, come Socrate, s’intratteneva una buona parte del giorno ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e massime con alcuni suoi familiari, sopra qualunque materia gli era somministrata dall’occasione. Ma non frequentava, come Socrate, le botteghe de’ calzolai, de’ legnaiuoli, de’ fabbri e degli altri simili; perché stimava che se i fabbri e i legnaiuoli di Atene avevano tempo da spendere in filosofare, quelli di Nubiana, se avessero fatto altrettanto, sarebbero morti di fame. Né anche ragionava, al modo di Socrate, interrogando e argomentando di continuo; perché diceva che, quantunque i moderni sieno più pazienti degli antichi, non si troverebbe oggi chi sopportasse di rispondere a un migliaio di domande continuate, e di ascoltare un centinaio di conclusioni. E per verità non avea di Socrate altro che il parlare talvolta ironico e dissimulato. E cercando l’origine della famosa ironia socratica, diceva: Socrate nato con animo assai gentile, e però con disposizione grandissima ad amare; ma sciagurato oltre modo nella forma del corpo; verisimilmente fino nella giovanezza disperò di potere essere amato con altro amore che quello dell’amicizia, poco atto a soddisfare un cuore delicato e fervido, che spesso senta verso gli altri un affetto molto più dolce. Da altra parte, con tutto che egli abbondasse di quel coraggio che nasce dalla ragione, non pare che fosse fornito bastantemente di quello che viene dalla natura, né delle altre qualità che in quei tempi di guerre e di sedizioni, e in quella tanta licenza degli Ateniesi, erano necessarie a trattare nella sua patria i negozi pubblici. Al che la sua forma ingrata e ridicola gli sarebbe anche stata di non piccolo pregiudizio appresso a un popolo che, eziandio nella lingua, faceva pochissima differenza dal buono al bello, e oltre di ciò deditissimo a motteggiare. Dunque in una città libera, e piena di strepito, di passioni, di negozi, di passatempi, di ricchezze e di altre fortune; Socrate povero, rifiutato dall’amore, poco atto ai maneggi pubblici; e nondimeno dotato di un ingegno grandissimo, che aggiunto a condizioni tali, doveva accrescere fuor di modo ogni loro molestia; si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità de’ suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir così, nella vita. Ma la mansuetudine e la magnanimità della sua natura, ed anche la celebrità che egli si venne guadagnando con questi medesimi ragionamenti, e dalla quale dovette essergli consolato in qualche parte l’amor proprio; fecero che questa ironia non fu sdegnosa ed acerba, ma riposata e dolce.

La personalità complessa e l’atteggiamento di unicità rispetto agli altri lo conducono a posizioni particolari che sembrano essere provocatorie. Si definisce epicureo, ma contesta l’atteggiamento di ozio e negligenza di questa filosofia. E’ vicino a Socrate ma preferisce non importunare il prossimo con inutili domande.

A suo giudizio i veri diletti possibili sono quelli legati alle false immaginazioni, ossia alla fantasia, che pone i bambini in una situazione ideale perchè riescono a trovare tutto nel niente a differenza degli adulti che trovano il nulla nel tutto.

Rispondendo a uno che l’interrogò, qual fosse il peggior momento della vita umana, disse: eccetto il tempo del dolore, come eziandio del timore, io per me crederei che i peggiori momenti fossero quelli del piacere: perché la speranza e la rimembranza di questi momenti, le quali occupano il resto della vita, sono cose migliori e più dolci assai degli stessi diletti. E paragonava universalmente i piaceri umani agli odori: perché giudicava che questi sogliano lasciare maggior desiderio di sé

Il raggiungimento del piacere rappresenta il peggior momento della vita perchè lascia allo spirito la ricerca costante del nuovo piacere. Una ricerca che sarà inevitabilmente vana.

Diceva altresì che ognuno di noi, da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere in punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.
Osservando insieme con alcuni altri certe api occupate nelle loro faccende, disse: beate voi se non intendete la vostra infelicità.
Non credeva che si potesse né contare tutte le miserie degli uomini, né deplorarne una sola bastantemente.

La vita si traduce in una costante ricerca della felicità. Una felicità impossibile da raggiungere perchè ne mancano i presupposti reali. L’uomo, però, consapevole della propria condizione di infelicità continua senza sosta questa vana ricerca. Sono fortunati gli animali che non hanno consapevolezza della propria condizione e compiono le proprie azioni con naturalità senza alcuna consapevolezza.

In proposito di certa disavventura occorsagli, disse: il perdere una persona amata, per via di qualche accidente repentino, o per malattia breve e rapida, non è tanto acerbo, quanto è vedersela distruggere a poco a poco (e questo era accaduto a lui) da una infermità lunga, dalla quale ella non sia prima estinta, che mutata di corpo e d’animo, e ridotta già quasi un’altra da quella di prima.

Meglio perdere una persona cara per un accidente che vederla morire lentamente tra atroci dolori, provata giorno dopo giorno nel corpo e nello spirito. Nella morte lenta quello che rimane della persona amata è una immagine violentata che toglie anche al ricordo il piacere dei momenti piacevoli trascorsi e la bellezza del passato.

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