Coronavirus – la rinegoziazione del senso del tempo

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13 aprile 2020 di vincenzosardiello

Questa lunga fase di emergenza epidemiologica sta mettendo in luce alcuni meccanismi nascosti del nostro sistema socioeconomico che, di norma, passano in secondo piano schiacciati dalla frenesia del quotidiano.

Il primo aspetto riguarda il tempo. Le lunghe giornate trascorse all’interno delle case, riconsegnano ai legittimi proprietari il capitale più importante in loro possesso: il tempo.

Il neoliberismo, così come il capitalismo in generale, si regge su una costante negoziazione del tempo. L’intercalare “il tempo è denaro”, entrato ormai come modo di dire comune, nasconde una intuizione fondamentale, il tempo è alla base di qualsiasi forma di transazione economica.

Il lavoro non è altro che una cessione di tempo in cambio di denaro. Il denaro guadagnato è utilizzato per spendere il proprio tempo libero, acquistando tempo di altre persone.

La vendita, la produzione, il plusvalore e tutti i concetti alla base dell’economia moderna si inseriscono in questa macrostruttura assolutamente non economica, ma essenziale per il funzionamento di una società.

L’economia del tempo strizza l’occhio in maniera prevalente a chi opera nel e per il presente. L’appeal del futuro è trascurabile perché il lungo periodo può portare ad una mutazione della macrostruttura economica e, quindi, per un istinto di conservazione, si tende a non valorizzarlo.

Il grado di specializzazione di una persona determina il valore del tempo. Ad esempio le competenze di un medico, acquisite con un investimento pregresso in termini temporali sullo studio, rendono il valore economico del suo tempo più elevato rispetto al valore del tempo di un impiegato.

Le oscillazioni di questo meccanismo, come nello sport, sono giustificate da una iperspecializzazione della vendita del tempo. Il valore economico dello stipendio di un calciatore, ad esempio, non deve essere considerato come il costo del tempo della persona che tira calci ad un pallone, ma come la sommatoria del valore del tempo di tutti coloro che seguono le gesta dell’atleta.

Non mancano le aberrazioni. Nel campo della ricerca, ad esempio, il valore del tempo del ricercatore è sottostimato perché questo lavoro si rivolge al futuro e non al presente. Da qui deriva che l’investimento economico nel tempo di questi lavoratori non trova utilità nel breve periodo. Esiste, ovviamente, una distinzione tra le tipologie di ricercatori. Chi si occupa di ricerca su applicazioni pratiche, che potranno essere rapidamente tradotte in benefici economici, avrà un valore unitario del suo tempo maggiore rispetto ad altri.

Gli scambi sono quindi delle transazioni di tempo, in cui la valuta ricopre un aspetto simbolico. Nell’era della quarta rivoluzione industriale, tuttavia, il peso del tempo – vale a dire la quantità di compiti da svolgere in un certo arco temporale – è profondamente mutata, senza che tutto ciò abbia comportato una rimodulazione delle articolazioni dei tempi del lavoro e dei relativi salari.

Tutto questo appare del tutto evidente oggi, nel momento di massima disponibilità di tempo per la stragrande maggioranza della popolazione.

Un turno lavorativo di 8 ore in una catena di montaggio moderna conduce ad una maggiore quantità di prodotto finito rispetto allo stesso turno di 30 anni fa. Così come il lavoro di un impiegato al computer è decisamente più produttivo rispetto allo stesso lavoro svolto nel passato.

Tutto ciò avrebbe dovuto condurre ad una radicale rivoluzione del mondo del lavoro, cosa che non solo non è avvenuta, ma ha progressivamente condotto ad un peggioramento delle condizioni di base di migliaia di lavoratori che, dal turno pieno, si sono ritrovati ad essere impiegati per metà o ad un terzo. Tutto questo non ha ovviamente intaccato la produzione ma esclusivamente la qualità della vita delle persone.

Il tempo del lavoro, precedentemente scandito dal contratto a tempo indeterminato, è stato progressivamente superato dalla rivoluzione del tempo produttivo che ha portato al precariato, all’incertezza.

A questo si aggiunge una novità. Il valore del tempo per categorie omogenee non è lo stesso in tutte le parti del mondo. Un operaio cinese, un bambino yemenita, una operaia vietnamita, mette a disposizione sul mercato una gran quantità di tempo a prezzi stracciati. L’economia globale, incentrata sul concetto di profitto, non si è fatta assolutamente scrupolo di approfittarne.

Senza entrare nelle dinamiche di ingiustizia sociale e mantenendo l’attenzione esclusivamente sugli aspetti economici, possiamo notare che la conseguente abbondanza di tempo in Occidente si è però tradotta in povertà diffusa, pauperizzazione del ceto medio e crescita del divario sociale.

Non sfugge, inoltre, la comparsa una inedita forma di alienazione legata proprio all’aspetto temporale. Questa alienazione si manifesta sostanzialmente su tre assi: i lavoratori non specializzati, gli specializzati non funzionali e gli intellettuali disfunzionali.

I primi formano una platea sempre più estesa di persone che garantisce una offerta sterminata di tempo, acquistabile a costi molto contenuti e per brevi intervalli. Questo gruppo di persone non potrà mai permettersi l’acquisto di tempo altrui per usufruire neanche dei servizi essenziali. Si tratta di una generazione che fatica nel presente e non ha possibilità di progettare il futuro.

I secondi, gli specializzati non funzionali, hanno investito il loro tempo nello studio e nella formazione ma sono costretti a reinventarsi per trovare una occupazione che non valorizza le loro giuste potenzialità. Si tratta di risorse umane sottoccupate che vivono con disagio il presente ma possono comunque trovare il modo di pianificare il futuro.

La terza categoria, gli intellettuali disfunzionali, è composta dai pensatori che costruiscono teorie differenti del presente e una idea diversa di futuro. Il loro è un tempo senza valore. Le loro idee sono lanciate sulle piattaforme free di internet e rimarranno lì senza che nulla accada. Anche in questo caso si tratta di un fallimento, un investimento infruttuoso se letto in chiave economica.

Qual è l’autorità garante del tempo? Questo ruolo decisivo dovrebbe spettare allo Stato che dovrebbe garantire il rispetto dei giusti equilibri a discapito delle speculazioni temporali. Questo, con le attuali concettualizzazioni economiche imperanti, risulta assolutamente inattuabile perché si tradurrebbe in un immediato ridimensionamento della sovrastruttura finanziaria.

Il mondo della finanza, retto da logiche molto differenti rispetto all’economia reale, non ha il tempo come coordinata fondamentale ma esclusivamente tabelle numeriche disumanizzate. Le crisi finanziarie si traducono quindi in una bolla esplosiva le cui vittime sono le persone comuni. Come dichiarò Federico Caffè a Valentino Parlato riferendosi alla grande crisi del ’29 “ma è ancora più vero che i capitalisti vittime del crollo di borsa, in un modo o nell’altro, se la sono cavata, mentre a star male, sul serio, e a lungo, sono state le masse rurali e i lavoratori.

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