VENT’ANNI SENZA FABRIZIO DE ANDRÈ

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13 gennaio 2019 di vincenzosardiello

Era l’11 gennaio del 1999 quando giunse a tutte le agenzie stampa la notizia della scomparsa del grande Fabrizio De Andrè.

Sono stati venti anni affollati – Torri Gemelle, terrorismo, neoimperialismo, neoliberismo, crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche – nel corso dei quali il mondo è profondamente cambiato, senza scalfire l’uomo che anzi sembra incedere in direzione ostinata e contraria rispetto al progresso.

Ed è proprio l’uomo al centro della poetica del nostro Fabrizio, uomo inteso come “essere” capace di esprimere l’umanità e di accettarla a pieno, senza pregiudizi e giudizi di valore.

Nato nel 1940, De Andrè è due volte figlio, da una parte di un padre ingombrante come Giuseppe (non degnamente rappresentato in molti racconti dedicati a Faber) e dall’altro dello spirito guerresco del suo tempo.

Per una larga parte della sua vita l’artista, divenuto emblema di Genova, si ribellerà ai suoi due padri conducendo una lotta spietata allo spirito borghese, da cui tuttavia non si distaccherà mai, e alla guerra, concepita nel suo spirito più autenticamente antiumano.

I suoi riferimenti culturali, le amicizie trasversali, le grandi collaborazioni e la sua voglia di approfondire ciò che, a suo dire, non comprendeva, sono ormai divenuti, per il suo pubblico, elementi leggendari, capaci di riempire una sterminata bibliografia.

Spesso identificato come il poeta degli ultimi, in realtà quello che premeva Fabrizio era raccontare, senza falsi moralismi, l’umanità che spesso non aveva spazio nella morale borghese.

Va sottolineato come parlare di borghesia nel trentennio che va dall’epoca del boom a tangentopoli, ha un peso molto diverso rispetto al significato che questa parola assume oggi. La dialettica aggressiva tra le classi sociali, costruita su una morale ed aspetti ideologici ormai consunti, aveva una forza diversa, che difficilmente può essere compresa dalle generazioni che non hanno vissuto attivamente quel periodo storico.

Le parole di Faber però continuano ad avere una straordinaria attualità e rappresentano, senza dubbio, una richiesta di dignità per tutte quelle persone che non hanno voce, per tutti gli alienati.

Ma non esiste un solo De André, ne esistono tanti che si sono susseguiti nel corso della sua carriera e che, ognuno con il proprio corredo di collaboratori e di temi, hanno contribuito a dare spessore ad una vicenda artistica dal tono leggendario.

Si diceva all’inizio della ribellione ai suoi due padri, quasi come spirito di una adolescenza artistica, che ha regalato storie, brani e album indimenticabili. Dalla ribellione al padre, emblema di una borghesia capace di affermarsi con la dedizione e il lavoro, nasce una produzione legata ai temi sociali e spirituali con il racconto di figure che ormai sono entrate nell’immaginario collettivo, si pensi ad esempio al vecchio professore, a Bocca di Rosa, Marinella, e tanti altri. Dalla ribellione alla guerra nasce invece la vena pacifista manifestata a più riprese con interi brani dedicati all’assurdità della violenza dettata dal potere, si veda la Guerra di Piero, e con accenni in composizioni di più ampio respiro.

La maturità, le vicende della vita – relazioni amorose, figli, amici e il dramma del rapimento – lo spingono a comprendere che, se da un lato la ribellione alla guerra è qualcosa di giusto, ha commesso una ingenuità tipicamente borghese nella condanna della borghesia. Non si tratta di un inutile gioco di parole, ma della presa di coscienza, figlia anche di una maturità dettata dalla paternità, che quella “condanna a cinquemila anni più le spese” dettata dalla visione borghese verso i comportamenti degli ultimi, era stata a sua volta adottata da lui nei confronti della borghesia.

Questa presa di coscienza coincide con un avvicinamento al padre, con cui si riconcilia e che strapperà al figlio ribelle una promessa (smettere di bere) che Fabrizio manterrà sino in fondo.

Da questo punto la poetica di Faber prende una direzione inaspettata, con uno spirito politico molto forte. Gli ultimi di cui racconta non sono più personalità isolate che agiscono in un contesto che li spinge fuori, ma le minoranze etniche, culturali che vivono con affanno e orgoglio la propria diversità.

Cambiano quindi i suoni, i riferimenti non sono più la musica europea e d’oltreoceano, e la lingua, all’italiano si sostituisce spesso il dialetto. Al centro di tutto si pone il Mediterraneo, terra d’incanto, di sopraffazione e dai mille colori.

Nascono da qui brani e album capaci di dare a Fabrizio una dimensione internazionale ed una unicità che farà scuola.

Ma l’arte di Fabrizio non si ferma qui e, nella sua voglia di ricongiungersi con il mondo e forse anche con Dio, si continua ad esplorare l’umano presente in ogni cosa sino a giungere alla Smisurata preghiera che in chiusura recita:

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

Forse Fabrizio De Andrè non era altro che questi, un servo disobbediente che ci ha mostrato le nostre catene, ci ha inchiodato alle nostre responsabilità e insegnato che il perdono è il primo passo decisivo per una convivenza pienamente umana.

Grazie di tutto Faber.

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