IRRATIONAL MAN

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15 gennaio 2016 di vincenzosardiello

imagesC’era una volta un giovane regista e attore che con la sua graffiante ironia e iconoclastia raccontava senza fronzoli la vita delle metropoli, in particolare della Grande Mela, e le contraddizioni del mondo contemporaneo.

Quel giovane oggi ha compiuto 80 anni e nel suo sguardo sembra non esserci alcuna traccia di quella speranza verso il mondo che si intuiva tre le sue battute al vetriolo.

La visione cinica ha lasciato il passo ad un cupo pessimismo in cui tutti vivono le proprie solitudini con disperazione nell’attesa dell’ineluttabile destino.

Un universo in cui si è smarrito il sorriso ed il desiderio di andare avanti – senza una visione del mondo, senza essere attrezzati nell’affrontare il mare in tempesta del quotidiano – gli uomini e le donne sono presi da una disperazione inconsapevole.

Quel giovane, che tanto ha dato e continua a dare al cinema e alla cultura, è Woody Allen che, con il suo ultimo film “Irrational Man”, completa una parabola nera metaforicamente cominciata con “Match Point”.

Quello di Allen è un racconto molto dostoevskiano e, proprio dalle mente di Dostoevskij, sembra venuto fuori Abe Lucas, l’irrational man del film, sospeso tra un Karmazinov e un Raskolnikov in salsa americana, che non riesce in alcun modo a trovare consolazione dalla filosofia che insegna in uno sperduto college americano.

Abe è uno spirito inquieto che punta all’autodistruzione e che vive la grande contraddizione della sua generazione impegnata da una parte a combattere il potere e lo stile di vita americano e dall’altra a trovare un compromesso con la propria quotidianità che tutto livella e appiattisce.

Sarà proprio nella consapevolezza di avere un potere, in questo caso di decidere chi vive o chi muore, a ristabilire l’equilibrio interiore di Lucas che, da personaggio grigio, per la prima volta nella sua vita si ritrova ad essere eroe e antieroe al contempo.

Per chi vive la propria esistenza schiacciato dalla noia è uno shock, una iniezione di vitalità, che però non può durare perché in agguato ci sono sempre gli “altri”.

L’unico rifugio possibile e razionale è la normalità, l’ordine dettato dalla tradizione che restituisce una realtà, che per quanto noiosa e orribile, rappresenta una pantofola confortevole da infilare ogni sera prima di mettersi davanti alla tv.

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