RICORDARE PER IMPARARE O IMPARARE A DIMENTICARE?

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19 luglio 2015 di vincenzosardiello

ViaD'Amelio_strageSono trascorsi 23 anni da quella calda domenica di luglio in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino insieme ai componenti della sua scorta  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Sembrano essere cambiate molte cose nell’Italia di quasi un quarto di secolo fa che tornava a celebrare un elogio funebre solo pochi mesi dopo quello dell’altro giudice, Giovanni Falcone, ammazzato insieme alla sua scorta nella strage di Capaci.

Scriveva il filosofo Santayana “Chi non conosce il proprio passato è condannato a ripeterlo” , ed è una frase che calza a pennello sulla storia del nostro Paese.

In questi giorni il valore della memoria, che sembra perdere ogni giorno più forza, assume contorni più inquietanti alla luce delle presunte intercettazioni che vedono protagonista il presidente della Regione Sicilia al telefono con il suo medico personale.

A fare da contorno a tutto questo c’è ormai l’assoluta certezza che la mafia e le forme di organizzazione criminale non solo non sono state affatto sconfitte, ma hanno addirittura varcato i loro confini territoriali per divenire un fenomeno non solo italiano, ma internazionale.

Di fronte a tutto questo lo Stato, che già ha ostacolato in passato l’operato dei giudici, si dimostra incapace di contrastare proficuamente i fenomeni di illegalità che costituiscono la regola e non più l’eccezione nel nostro martoriato paese. Una classe politica incapace e con troppi legami diretti o indiretti con le organizzazioni criminali costituisce il presupposto per vanificare il sacrificio di tanti uomini e donne che hanno dato la loro vita per l’Italia.

Dall’altra parte la società civile che disperde la propria libertà in cambio di pochi spiccioli o di promesse completa il quadro di una mentalità mafiosa che ormai ha invaso prepotentemente lo scenario della vita quotidiana.

“C’è in atto una volgare aggressione alla migliore  classe dirigente della DC siciliana… State delegittimando le persone migliori che abbiamo perchè questa Sicilia vada sempre più in basso. Le vostre coscienze devono rispondere del danno che avete fatto alla Sicilia”. Queste parole furono pronunciate in una storica puntata del Maurizio Costanzo Show in cui era presente Giovanni Falcone, da un giovane onorevole della DC che risponde al nome di Totò Cuffaro. Anni dopo è diventato presidente della Regione Sicilia ed è incappato in una serie di accuse di concorso esterno in associazione mafiosa – attualmente ospite nel carcere di Rebibbia per violazione del segreto istruttorio. Un esponente della migliore classe dirigente siciliana, appunto.

Un clima insopportabile quello in cui operavano questi magistrati e operano i loro successori in cui all’assenza dello Stato supplisce la mafia, con azioni di vero e proprio welfare che assumevano, ed assumono tuttora, la fisionomia di un patto faustiano. Un radicamento talmente forte con i territori da fondersi con le logiche proprie dello stato.

Rimangono forti nella memoria le parole della vedova Schifani davanti a migliaia di persone durante i funerali di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo  e della loro scorta:

A nome di tutti coloro che hanno dato la vita in nome dello Stato chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia. Adesso rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, certamente non Cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio… Tornate ad essere Cristiani.”

Queste parole sono come sassi scagliati contro le coscienze di tutti, mafiosi e non.

Lo Stato, la politica, la Chiesa e la mafia hanno messo in campo la parte peggiore di sè in questo gioco al massacro che coinvolge tanti innocenti.

Anche i giudici erano innocenti. Erano persone perbene che facevano il proprio lavoro. La propria personale guerra di liberazione. Una resistenza che non combatteva solo la mafia come istituzione, ma il pensiero mafioso che è consolidato nella mente di tutti coloro che vivono quotidianamente nelle istituzioni e nella società civile.

Oggi, fatto tacere l’eco delle bombe e della reale indignazione della coscienza civile del Paese, tutto è ritornato nella sua routine. La mafia continua ad essere presente nelle istituzioni, la politica sfrutta il consenso dando in cambio appoggi ed appalti, poco o nulla è mutato.

Soprattutto, non siamo cambiati noi, che continuiamo ad aspettare un nuovo eroe che fronteggi un nemico invisibile che si è annidato nella nostra coscienza.

È arrivato il momento di fare i conti con il nostro passato in maniera seria, eliminando tutti i rami secchi dello Stato, altrimenti il futuro non ci darà via di scampo.

Un ringraziamento però va fatto, al giudice Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, il giudice Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina e a tutti gli altri caduti in nome dello Stato per aver sacrificato la propria vita nel nome di un ideale, di qualcosa di concreto che riguarda il futuro del nostro Paese.

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