CANTICO DEL GALLO SILVESTRE

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15 giugno 2015 di vincenzosardiello

Luigi Lerna - Exemplum Esopo - 30 x80 - www.luigilerna.it

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Diciottesimo appuntamento con “Le Operette Morali” di Giacomo Leopardi. Oggetto delle nostre analisi sarà “Cantico del gallo silvestre” l’ultima operetta scritta nel 1824 e che, probabilmente, rappresentava nell’ottica leopardiana una possibile chiusura del libro.

Alcuni saggi raccontano le gesta di un enorme gallo con le zampe ben piantate sulla terra e la cresta che tocca le immensità del cielo. Questo gallo aveva capacità di ragionamento e parola ma il suo gergo si rifà a lingue antichissime di cui si è persa quasi del tutto la conoscenza. A raccontarci qualcosa in più è un antichissimo manoscritto con un cantico che viene tradotto in forma di prosa per consentirne una agevole comprensione al lettore contemporaneo.

Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero.

Come da tradizione il gallo con il suo canto determina il risveglio degli uomini che devono riprendere il peso della vita dopo la bellezza del sogno. Il mondo che conta è quello reale e non quello figlio della fantasia che si vive nel sonno. Ogni essere umano sentendo quel canto temporeggia qualche istante percorrendo mentalmente le attività che lo aspettano e possibili momenti di svago. Si ha la sensazione che tutto questo sia inutile perchè la felicità è irraggiungibile in questo mondo e si cerca già mentalmente di giungere alla sera ed al ristoro senza dolori del sonno e del sogno.

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per sé mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte.

Nonostante la consapevolezza della infelicità a cui il mondo condanni l’uomo occorre destarsi sino a quando non arriverà la morte e solo allora ci sarà spazio per un riposo eterno. Il sonno rappresenta solo un antipasto di quel ristoro, una interruzione dalla infelicità della vita che altrimenti risulterebbe insostenibile.

In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura e intenta e indirizzata alla morte: poiché non per altra cagione la vecchiezza prevale sì manifestamente, e di sì gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

Tutto l’universo sembra protendere verso l’appassimento e la morte e tutto quello che l’uomo vive durante la sua esistenza è destinato ad essere fallace e caduco.

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