IL PARINI OVVERO DELLA GLORIA – PARTE II

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7 aprile 2015 di vincenzosardiello

Balthus - La settimana con quattro giovedì - 1949

Balthus – La settimana con quattro giovedì – 1949

Riprendiamo il nostro cammino lungo le Operette Morali da dove lo avevamo interrotto: Il Parini ovvero della Gloria. Dopo aver approfondito i temi letterari nei primi capitoli, Leopardi si sposta verso la filosofia.

Fin qui si è detto dello scrivere in generale, e certe cose che toccano principalmente alle lettere amene, allo studio delle quali ti veggo inclinato più che ad alcun altro. Diciamo ora particolarmente della filosofia; non intendendo però di separar quelle da questa; dalla quale pendono totalmente. Penserai forse che derivando la filosofia dalla ragione, di cui l’universale degli uomini inciviliti partecipa forse più che dell’immaginativa e delle facoltà del cuore; il pregio delle opere filosofiche debba essere conosciuto più facilmente e da maggior numero di persone, che quello de’ poemi, e degli altri scritti che riguardano al dilettevole e al bello. Ora io, per me, stimo che il proporzionato giudizio e il perfetto senso, sia poco meno raro verso quelle, che verso queste. Primieramente abbi per cosa certa, che a far progressi notabili nella filosofia, non bastano sottilità d’ingegno, e facoltà grande di ragionare, ma si ricerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo, il Leibnitz, il Newton, il Vico, in quanto all’innata disposizione dei loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti; e per lo contrario Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.

Leopardi chiarisce subito un concetto di fondo. Non esistono confini invalicabili nei campi della conoscenza. Al contrario, il sapere si costituisce come qualcosa di interdipendente che tende a completare la personalità dell’uomo di studio. La filosofia ha il pregio di giungere in profondità nelle questioni, ma l’incapacità di trasmettere l’intuizione nella sua totalità ne pregiudica l’efficacia comunicativa. Inoltre, l’utilizzo di un linguaggio molto tecnico e, in alcuni casi criptico, allontana il pubblico da opere che meriterebbero una ben più ampia attenzione.

Se poi (come non è cosa alcuna che io non mi possa promettere di cotesto ingegno) tu salissi col sapere e colla meditazione a tanta altezza, che ti fosse dato, come fu a qualche eletto spirito, di scoprire alcuna principalissima verità, non solo stata prima incognita in ogni tempo, ma rimota al tutto dall’espettazione degli uomini, e al tutto diversa o contraria alle opinioni presenti, anco dei saggi; non pensar di avere a raccorre in tua vita da questo discoprimento alcuna lode non volgare. Anzi non ti sarà data lode, né anche da’ sapienti (eccettuato forse una loro menoma parte), finché ripetute quelle medesime verità, ora da uno ora da altro, a poco a poco e con lunghezza di tempo, gli uomini vi assuefacciano prima gli orecchi e poi l’intelletto. Perocché niuna verità nuova, e del tutto aliena dai giudizi correnti; quando bene dal primo che se ne avvide, fosse dimostrata con evidenza e certezza conforme o simile alla geometrica; non fu mai potuta, se pure le dimostrazioni non furono materiali, introdurre e stabilire nel mondo subitamente; ma solo in corso di tempo, mediante la consuetudine e l’esempio: assuefacendosi gli uomini al credere come ad ogni altra cosa; anzi credendo generalmente per assuefazione, non per certezza di prove concepita nell’animo: tanto che in fine essa verità, cominciata a insegnare ai fanciulli, fu accettata comunemente, ricordata con maraviglia l’ignoranza della medesima, e derise le sentenze diverse o negli antenati o nei presenti. Ma ciò con tanto maggiore difficoltà e lunghezza, quanto queste sì fatte verità nuove e incredibili, furono maggiori e più capitali, e quindi sovvertitrici di maggior numero di opinioni radicate negli animi. Né anche gl’intelletti acuti ed esercitati, sentono facilmente tutta l’efficacia delle ragioni che dimostrano simili verità inaudite, ed eccedenti di troppo spazio i termini delle cognizioni e dell’uso di essi intelletti; massime quando tali ragioni e tali verità ripugnano alle credenze inveterate nei medesimi.

L’analisi leopardiana prosegue con una amarissima constatazione. Anche nel momento in cui si dovesse avere una intuizione folgorante che rivoluziona il modo di pensare e di concepire il conoscibile, i pericoli sono in agguato. La condanna del pensiero dominante, la derisione e l’ereticità sono le prime conseguenze che inevitabilmente si abbatteranno sulla strada dell’innovatore. In fondo, su questo punto, tali e tanti sarebbero gli esempi che è anche superfluo citarli. La questione di fondo più rilevante è che la difficoltà non sta nell’accettare la nuova visione del mondo, ma nell’ammettere che la precedente era errata. Gli uomini non hanno chiara una idea di progressione della conoscenza, ma sembrano preoccupati esclusivamente a preservare la sicurezza del loro qui ed ora.

“Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, sarà di rivolgerla nell’animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, con pigliarne stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze. Perocché la gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo.  Dunque per ultimo ricorrerai coll’immaginativa a quell’estremo rifugio e conforto degli animi grandi, che è la posterità.”

Ma anche nel caso in cui si dovesse ottenere il successo e la gloria dovuti al riconoscimento del proprio lavoro artistico e di pensiero, questa gloria si tradurrà nell’apprezzamento ed in un godimento ristretto che non conoscerà mai il grande pubblico.

“La gloria si riduce in una sterile vanità solitaria che spera di trovare nei posteri il pieno riconoscimento del genio non compreso dalla sua contemporaneità. Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla posterità? Certo la natura dell’immaginazione umana porta che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore, che non si fa dei presenti, né dei passati eziandio; solo perché degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna contezza, né per pratica né per fama. Ma riguardando alla ragione, e non all’immaginazione, crediamo noi che in effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio, che il mondo invecchia peggiorando.

La speranza in un futuro popolato da uomini migliori sembra però mal riposto perchè verosimilmente l’umanità corre verso un peggioramento e non verso un miglioramento.

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