DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE

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8 marzo 2015 di vincenzosardiello

Arturo Nathan - Il ghiaccio del mare - 1928

Arturo Nathan – Il ghiaccio del mare – 1928

Riprendiamo il cammino lungo le “Operette Morali” di Giacomo Leopardi con il dodicesimo appuntamento. Al centro delle nostre attenzioni odierne quella che forse è la più nota composizione “Dialogo della natura e di un islandese”.

Leopardi, utilizzando una forma dialogica molto lineare, mette a confronto direttamente l’uomo con quella che potrebbe essere la causa della sua condizione: la natura.

 

Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?
Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese. La Natura?
Natura. Non altri.
Islandese. Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?

L’islandese, che fugge da condizioni ambientali difficili, si ritrova in una zona inesplorata dell’Africa e qui incontra, inaspettatamente, la causa della sua fuga.

L’islandese diventa un fiume in piena e denuncia le condizioni di vita infamanti a cui sono costretti gli uomini. Lui è consapevole della vanità della vita ed ha orientato la sua esistenza esclusivamente nella ricerca dell’assenza del dolore ritenendo inutile e vana la lotta per ottenere la felicità.

Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

La risposta della natura è disarmante. L’uomo non può pretendere nulla da lei perchè ogni sua azione non è motivata dal fatto di concedere o meno felicità agli uomini perchè persino la loro esistenza le è indifferente. Tutto l’universo è governato dal principio della costruzione e distruzione.

Una idea di esistenza dinamica che è totalmente disarticolata dalle convenzioni e dalle costruzioni umane. Un universo che è indifferente alle sorti dell’uomo e cerca esclusivamente il suo equilibrio.

Un equilibrio che l’islandese impara a sue spese quando due leoni affamati trovano nella sua persona e nella sua carne la ricetta della loro sopravvivenza.

Resta persa nel vento la domanda cardine dell’islandese: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?

La natura non può rispondere in ogni caso a questa domanda perché non conosce neanche lontanamente il significato della parola felicità.

La critica ha letto questo brano come il passaggio decisivo nel pensiero leopardiano verso il pessimismo cosmico.

Una lettura discutibile perché in questo dialogo emergono chiaramente due elementi che fanno pensare ad altro: da una parte la acquisita consapevolezza della non eccezionalità del genere umano nell’universo, dall’altra che non si può fuggire per tutta la propria vita dai pericoli del mondo ma che, al contrario, è necessario affrontare le difficoltà e costruire un sicuro rifugio ai mali che inevitabilmente si incontreranno lungo il proprio cammino.

Il pensiero di Leopardi è concreto e toglie il velo dalle ipocrisie che vogliono che l’universi orbiti intorno all’uomo.

 

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