DIALOGO DI MALAMBRUNO E DI FARFARELLO

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29 dicembre 2014 di vincenzosardiello

Francisco Goya - Capriccio 34 - Le vince il sonno - acquaforte e acquatinta

Francisco Goya – Capriccio 34 – Le vince il sonno – acquaforte e acquatinta – 1799

Proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta delle Operette Morali di Giacomo Leopardi. Il sesto componimento che incontriamo lungo il nostro cammino è “Dialogo di Malambruno e di Farfarello”. Composto a Recanati nell’aprile del 1824 rappresenta, a detta dei critici, la prima vera introduzione del concetto di infelicità all’interno delle Operette.

Il dialogo è brevissimo con frasi che giungono come fendenti. Leopardi qui vuole giungere subito al concetto. Manca, infatti, qualsiasi forma di barocchismo nella scelta del registro linguistico e l’effetto sul lettore non può che essere dirompente.

Malambruno. Spiriti d’abisso, Farfarello, Ciriatto, Baconero, Astarotte, Alichino, e comunque siete chiamati; io vi scongiuro nel nome di Belzebù, e vi comando per la virtù dell’arte mia, che può sgangherare la luna, e inchiodare il sole a mezzo il cielo: venga uno di voi con libero comando del vostro principe e piena potestà di usare tutte le forze dell’inferno in mio servigio.
Farfarello. Eccomi.
Malambruno. Chi sei?
Farfarello. Farfarello, a’ tuoi comandi.
Malambruno. Rechi il mandato di Belzebù?
Farfarello. Sì recolo; e posso fare in tuo servigio tutto quello che potrebbe il Re proprio, e più che non potrebbero tutte l’altre creature insieme.
Malambruno. Sta bene. Tu m’hai da contentare d’un desiderio.
Farfarello. Sarai servito. Che vuoi? nobiltà maggiore di quella degli Atridi?
Malambruno. No.
Farfarello. Più ricchezze di quelle che si troveranno nella città di Manoa quando sarà scoperta?
Malambruno. No.
Farfarello. Un impero grande come quello che dicono che Carlo quinto si sognasse una notte?
Malambruno. No.
Farfarello. Recare alle tue voglie una donna più salvatica di Penelope?
Malambruno. No. Ti par egli che a cotesto ci bisognasse il diavolo?
Farfarello. Onori e buona fortuna così ribaldo come sei?
Malambruno. Piuttosto mi bisognerebbe il diavolo se volessi il contrario.
Farfarello. In fine, che mi comandi?
Malambruno. Fammi felice per un momento di tempo.

Malambruno, in qualità di mago, invoca i diavoli dell’inferno per ottenere i loro servigi e soddisfare una sua volontà. A rispondere all’appello sarà Farfarello che, prontamente, si presenta dinanzi al mago. Cominciano le supposizioni del diavolo su quelle che possono essere le ragioni della convocazione e pone immediatamente in risalto gli aspetti che ben raccontano la superficialità dell’essere umano: brama di potere, di successo, di lussuria. La sorpresa in Farfarello si fa grande nello scoprire la semplicità della richiesta di Malambruno: essere felice anche solo per un momento.

Soffermiamoci sulla evocazione. Leopardi fa evocare il demonio e non Dio per una ragione concettuale che viene ben esplicitata qualche decennio più tardi da Giosuè Carducci nel suo Inno a Satana:

Salute, o Satana,
o ribellione,
o forza vindice
della ragione!

Leopardi con questo incipit mette subito in chiaro che vuole affrontare il tema utilizzando esclusivamente la ragione per cercare di superare gli umani limiti di comprensione. Appellarsi al demonio vuol dire affilare da subito queste armi e spazzare il campo da ogni possibile dogma o costruzione assiomatica.

Come scriverà Nietzsche in Al di là del bene e del male: “Il diavolo ha le prospettive più ampie per Dio, per questo si tiene così lontano da lui: il diavolo è il più antico amico della conoscenza.

A questo punto si scivola inevitabilmente verso quelle colonne d’ercole del pensiero che erano state varcate da Kant con la sua ermeneutica della finitudine ed il pensiero critico. Leopardi pone il suo ragionamento in un’ottica critica.

Il termine Critica va inteso nel senso più squisitamente filosofico e cioè come metodo di indagine che studia e sonda i limiti della conoscenza scomponendola in elementi più semplici ed analizzandoli tramite la ragione.

Essendo indispensabile una analisi del limite occorre trovare un ente esterno che in questo caso non può che essere il principe della ragione stessa: il diavolo.

“Farfarello. Non posso.
Malambruno. Come non puoi?
Farfarello. Ti giuro in coscienza che non posso.
Malambruno. In coscienza di demonio da bene.
Farfarello. Sì certo. Fa conto che vi sia de’ diavoli da bene come v’è degli uomini.
Malambruno. Ma tu fa conto che io t’appicco qui per la coda a una di queste travi, se tu non mi ubbidisci subito senza più parole.
Farfarello. Tu mi puoi meglio ammazzare, che non io contentarti di quello che tu domandi.
Malambruno. Dunque ritorna tu col mal anno, e venga Belzebù in persona.
Farfarello. Se anco viene Belzebù con tutta la Giudecca e tutte le Bolge, non potrà farti felice né te né altri della tua specie, più che abbia potuto io.
Malambruno. Né anche per un momento solo?
Farfarello. Tanto è possibile per un momento, anzi per la metà di un momento, e per la millesima parte; quanto per tutta la vita.
Malambruno. Ma non potendo farmi felice in nessuna maniera, ti basta l’animo almeno di liberarmi dall’infelicità?
Farfarello. Se tu puoi fare di non amarti supremamente.
Malambruno. Cotesto lo potrò dopo morto.
Farfarello. Ma in vita non lo può nessun animale: perché la vostra natura vi comporterebbe prima qualunque altra cosa, che questa.
Malambruno. Così è.
Farfarello. Dunque, amandoti necessariamente del maggiore amore che tu sei capace, necessariamente desideri il più che puoi la felicità propria; e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo tuo desiderio, che è sommo, resta che tu non possi fuggire per nessun verso di non essere infelice.
Malambruno. Né anco nei tempi che io proverò qualche diletto; perché nessun diletto mi farà né felice né pago.
Farfarello. Nessuno veramente.
Malambruno. E però, non uguagliando il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell’animo, non sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io non lascerò di essere infelice.
Farfarello. Non lascerai: perché negli uomini e negli altri viventi la privazione della felicità, quantunque senza dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di quelli che voi chiamate piaceri, importa infelicità espressa.
Malambruno. Tanto che dalla nascita insino alla morte, l’infelicità nostra non può cessare per ispazio, non che altro, di un solo istante.
Farfarello. Sì: cessa, sempre che dormite senza sognare, o che vi coglie uno sfinimento o altro che v’interrompa l’uso dei sensi.
Malambruno. Ma non mai però mentre sentiamo la nostra propria vita.
Farfarello. Non mai.
Malambruno. Di modo che, assolutamente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere.
Farfarello. Se la privazione dell’infelicità è semplicemente meglio dell’infelicità.
Malambruno. Dunque?
Farfarello. Dunque se ti pare di darmi l’anima prima del tempo, io sono qui pronto per portarmela.

La risposta di Fanfarello alla richiesta è perentoria: non posso. Per descrivere il motivo utilizzerò un pezzo del monologo dell’opera “Il cappio e il sorriso”

ora vi chiedo: è più mostruoso il mio atteggiamento che accetta, foss’anche passivamente, l’evoluzione della storia, o l’atteggiamento di chi si dispera e rifiuta di aprire gli occhi davanti alla realtà? (Pausa) La vita, signori miei, non è come vorremmo che fosse, ma come la viviamo ogni giorno (pausa). Certamente possiamo determinare delle cose, ma non possiamo non accettare quello che accade.” (Il Cappio e il Sorriso – in Racconti in punta di Cravatta)

Insomma i motivi per cui la ragione non può concedere la felicità è insita proprio nel modo di approcciarsi al mondo. Il volere sempre di più, il proiettarsi verso modelli irraggiungibili e che in realtà non si desiderano, proiettano sulla nostre esistenze un cono l’ombra che ci rende insoddisfatti e infelici. La soluzione che suggerisce il diavolo è quella della morte. Ma può l’infelicità pregiudicare l’esistenza? Il nulla può supplire alla felicità?

E se il senso della vita consistesse “solo” nella ricerca?

Buon anno

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