IL GIOVANE FAVOLOSO E LA POVERA ANCELLA

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28 ottobre 2014 di vincenzosardiello

il-giovane-favoloso-locandina-lowLo scorso fine settimana è stato un concentrato di eventi di cui sicuramente si parlerà nei prossimi 15 minuti, non di più, perchè mentre qualcuno pensa di scrivere la storia, non fa altro che avvinghiarsi su questioni ormai scadute.

Non sto parlando dei lavoratori, ovviamente, ma di quel manipolo di giovani che pensano di occupare l’Italia con quell’atteggiamento da perdigiorno tipico delle occupazioni dei licei dei giorni nostri.

Apro una parentesi ma non voglio dilungarmi sulla questione: il discorso del giovanotto toscano sarebbe stato perfetto nel 2007, purtroppo dal 2008 il mondo è cambiato anche a causa delle presunte verità dichiarate.

Il problema fondamentale è che l’idea di futuro del premier e di questa inadeguatissima e autoproclamata classe dirigente è molto vecchia. Ora pensare che le ricette per risollevare l’economia italiana passino da un aumento della precarietà, della cementificazione, dalle trivellazioni, delle diseguaglianze sociali e dalla diminuzione dei servizi pubblici, dai tagli alla sanità, da una scuola che non funziona ma che si vuole dipingere come buona, ecc, è un pò come ribadire il “Se non hanno più pane, che mangino brioche!” di Maria Antonietta.

Una assenza di visione del mondo, ed incapacità totale, o furba, di leggere i processi in atto.

Non posso nascondere un profondo disgusto per quanto sta accadendo in questi mesi che rappresenta una stanca replica di quanto già visto negli ultimi 50 anni di storia, ma per fortuna c’è la cultura, piccolo vaccino contro il pensiero omologante.

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov’è la forza antica,
Dove l’armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?

La cultura umanistica avrà anche fatto il suo tempo, per parafrasare uno dei guru della convention, ma queste parole sembrano di grandissima attualità. Siamo nel 1818 e a scrivere questi versi è il ventenne Giacomo Leopardi.

Per tanti, troppi anni, il poeta modernissimo Leopardi è stato dipinto come il simbolo del pessimismo cosmico, un infelice cantore dell’infelicità. Lo abbiamo sempre visto come un gobbo asociale, fuori dalle dinamiche della storia, ed immerso nelle sue sterili elucubrazioni di grande spessore culturale.

In questi giorni il film di Mario Martone “Il giovane favoloso” sta ponendo un serio argine all’immagine tramandata del poeta, facendolo rivivere in tutta la sua sconfinata umanità fatta di piccoli momenti quotidiani, di passioni infuocate ma represse e nella sua complessa fragilità.

Sarebbe stato facile per Martone realizzare un semplice film biografico, o ancora più semplice fare un film sulla poesia di Leopardi.

Il giovane favoloso è una fusione di entrambe le cose perchè racconta come la poesia e la vita per Leopardi fossero due metà che si completano, un racconto poetico di una vita per la poesia e un animo in cui uno spirito guerrier chentro gli rugge ha reso immortale.

Un uomo capace di osservare oltre una siepe il mondo in tutta la sua complessità e leggere dentro all’uomo come in pochi sono stati in grado di fare nella storia.

Ripenso ai giovanotti che, da una stazione senza binari, pensano di poter prendere il treno del futuro senza conoscere il proprio passato…

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