LA RECENSIONE DI PIETRO FILOMENO A RACCONTI IN PUNTA DI CRAVATTA

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4 settembre 2014 di vincenzosardiello

DSC_1691Pubblico, a seguire, la recensione di Pietro Filomeno apparsa su “La Gazzetta della Puglia”. Un grazie di cuore all’autore dell’articolo che è, tra l’altro, un grande compagno di viaggio sulla scia di “Racconti in punta di Cravatta”.

Solitudine, cinismo, incomunicabilità, città caotiche, ritmi alienanti: alcuni, forse i più gravi, malesseri della vita quotidiana di oggi. Malesseri spirituali e comportamentali, che colpiscono indifferentemente uomini e donne. Questi i temi efficacemente tratteggiati in “Racconti in punta di cravatta” (Editore MdS, collana “Sfridi-trucioli d’arte”, 2013, pp. 208, euro 12), libro d’esordio di Vincenzo Sardiello. Esordio letterario grazie al coraggio, o incoscienza ?, della casa editrice “Mani di Strega”, una cooperativa di giovani donne di Pisa. Coraggio, o incoscienza, che hanno solo le piccole case editrici – Dio le abbia in gloria! – , che ancora scommettono sulla qualità. I grandi gruppi editoriali, colpevoli di riempire il mercato librario di prodotti mediocri, hanno abdicato da tempo a questo compito.

Vincenzo Sardiello è un giovane scrittore salentino, nato a Francavilla Fontana. Sociologo ed esperto d’arte, cura mostre di pittura e si occupa di regia teatrale. “Racconti in punta di cravatta” – illustrazione di copertina: Luigi Lerna – contiene diciannove racconti e due commedie (“Il cappio e il sorriso” e “Scacco al re”). Fotografano scene di vita quotidiana, i cui personaggi borghesi vivono un’umanità interna in dissidio con l’inumanità dell’ambiente esterno. Sempre sballottati tra Eros e Thanatos, tra la categoria del tempo e del numero (ricorrente è la cronometrizzazione minuziosa dei gesti quotidiani e dei costi degli oggetti).

A parte le commedie (in cui si sente il respiro di Pirandello, e non solo), i racconti non seguono una struttura narrativa tradizionale. Niente trame, ma stati d’animo. Niente storie, ma situazioni di fatto. Non un film che scorre con passo normale, ma fotogrammi che si inseguono a scatti. A ritmo incalzante, sino all’ossessività: esempio estremo, il racconto “Sabato”. L’effetto è ottenuto da una scrittura frammentata e dialogica. Molte le frasi composte da una, due o tre parole. «Tal contenuto, tal forma», per dirla con il grande Francesco De Sanctis. Contenuto e forma che però spiazzano il lettore. Anche quello più avveduto.

Sardiello è un autore colto. Ha la capacità di stupire, capovolgere le aspettative di chi legge, incuriosire e far riflettere. La giusta chiave di lettura della sua opera creativa, non va dimenticato, è tutta nel suo percorso formativo e nei suoi interessi culturali: la sociologia, la pittura e il teatro.  Tra le citazioni, per esempio, figura il commediografo e aforista viennese Karl Kraus (vedi il racconto “La città”), il pittore belga James Ensor (“L’entrata di Cristo a Bruxelles”). Molte, poi, le contaminazioni. Se lo scopo di uno scrittore è quello di rifuggire dalla banalità, o di dimostrare che finanche il banale ha un sottofondo di complessità, be’, allora, Vincenzo Sardiello ci è riuscito. Non è facile, ma lui c’è riuscito.

Il libro gode della prefazione di Paolo Cardoso, noto psicoterapeuta. Dall’alto della sua trentennale carriera, durante la quale ha ascoltato e letto molte storie personali, di Sardiello scrive: «Ha saputo delineare dei personaggi che riescono a esprimere il disagio, la solitudine e l’isolamento che regnano oggi sovrani. È riuscito a far emergere la difficoltà che moltissimi hanno, non solo di esprimere i loro veri sentimenti, ma ancor prima di riconoscerli» (p.V). Siamo d’accordo.

 

Pietro Filomeno

(pubblicato su “La Gazzetta della Puglia”, n. 4-6, 2014, p. 15)

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