La grande bellezza di Pathenope
Lascia un commento24 novembre 2024 di vincenzosardiello
Raccontare Parthenope, l’ultima creatura di Paolo Sorrentino, è una impresa complessa e per certi versi inutile se non si tiene conto dello scenario nel quale si colloca l’opera.
Ormai da molti anni ci stiamo interrogando sul ruolo della cultura nel vivere contemporaneo. Ha ancora senso scrivere libri, dipingere, fare film? Nell’epoca dell’intelligenza artificiale è davvero necessario l’essere umano al processo creativo? Quali sono le storie o le opere degne di essere raccontate?
Paolo Sorrentino con Parthenope sembra voler rispondere mettendo in scena un testo malinconico, romantico ed esteticamente bello. L’opera sarebbe potuta esistere senza il suo autore? Probabilmente no perché Parthenope sono io, ha ammesso lo stesso regista. Quindi, almeno in questo caso, non è possibile separare il processo creativo dall’uomo. Perché l’arte, nella sua essenza ed autenticità, non può che essere l’uomo stesso.
Apparentemente l’intero film cerca di rispondere alla “semplice” domanda su cosa sia l’antropologia, proponendo alla protagonista risposte che si può permettere e risposte che richiedono una vita di esperienze per essere comprese. Un rimando continuo tra complessità e semplicità, tra alto e basso, tra frasi ad effetto e giuste.
Tutto questo cosa vuol dire?
Kandinskij una volta scrisse che non esiste un male peggiore della comprensione dell’arte e, mai come in questo caso, la suggestione del grande pittore appare applicabile. Voler decodificare e dare significato alle singole scene, alla bellezza dei dialoghi, alle finte profondità, alle argute riflessioni, alle barocche esperienze di vita, alle solitudini, alle singole disperazioni, appare un’impresa impossibile.
I 70 anni di vita dell’affascinante Pathenope sono una immersione nelle acque azzurre, cristalline, ma anche oscure, dell’esistenza e delle sue contraddizioni. Una vita come tante, fatta di suoni ovattati e frastuoni, gioie e dolori, rimpianti e sensi di colpa che assumono la forma di un mostruoso ragazzino su un divano a cui consacrare o meno la propria vita.
Lo spettatore entra negli occhi e nelle orecchie di Parthenope e scopre il mondo insieme a lei, seguendone riflessioni, azioni, paure ed emozioni, sino a giungere al più amaro disincanto intellettuale ed esistenziale. Ma c’è un patto: nessuno deve giudicare.
Il film si trasforma in un intreccio di vite e di esistenze tra lo spettatore e la protagonista. Ognuno capterà e catturerà i dettagli significativi proiettando le proprie esperienze e i propri fantasmi nelle pieghe della vita di Parthenope. Un film che diventa all’improvviso dai mille volti e dalle infinite sfumature perché bisogna pensare a tutto il resto come dice la protagonista.
Un film che comincia e finisce nel mare, il posto che, si sa, non è amato da Dio.
Un racconto di solitudini e di sospiri che attraversa il Novecento e ci trascina in una allegra festa per lo scudetto del Napoli che si svolge in una strada desolatamente vuota.
Alla fine del film possiamo finalmente “vedere” che forse Parthenope siamo noi.
